La vita dura solo un istante; e' necessario avere la forza di andare avanti facendo cio' che piu' ci piace.
In questo mondo fugace come un sogno vivere nella sofferenza, non facendo che cose spiacevoli e' pura follia. Questo principio, mal interpretato, puo' tuttavia essere nocivo, cosi' ho deciso di non insegnarlo ai giovani....
Mi piace dormire. In risposta alla siruazione attuale del mondo, cedo che quanto ho di meglio da fare sia rientrare in casa a dormire.
(Hagakure, II, 85)
Eh si devo dire che in questo home alone applico molto tutto questo. L'altra sera ho battuto ogni mio record e alle 19.30 ero in branda. Godo pero' di 2 bellissimi momenti della giornata. Le prime luci e quelle della fine della giornata. Possibilmente in salotto che, ho dimenticato di dire, ha un kilim enorme meraviglioso e spesso senza usare la luce del generatore. Mi sono fatto dare dalle guardie 2 lanterne a petrolio. Ma e' anche iniziato il mio personalissimo addio ai monti (per rimanere nel territorio manzoniano citato dal cittadino indignato che ho pubblicato l'altro giorno. Si chiama Pasquale Iacopino. Immagino che, in pensione, passi le sue giornate a scrivere lettere ai giornali. Potrei diventare cosi' ma senza pensione) perche' mancano solo 6 giorni. Sono andato dunque al bazar piu' volte da quelli dei tappeti. Ne cercavo uno come quello che c'e' in casa che pero' e' enorme (10 m x 6). Come avrete visto Karzai e' stato insediato ieri e tutto e' filato liscio. Ma che paese dovra' guidare e cercare di risollevare? Da dove iniziare? Proviamo a vedere insieme. All'inizio del 2002 il governo ad interim (guidato da karzai) ha dovuto gestire l'enorme sfida di 1/3 della popolazione (circa 7 milioni) displaced ovvero 'dislocata' in luoghi diversi da quelli di origine. Circa 3.3 milioni di questi erano in Pakistan, 2.3 milioni in Iran e altri 500 mila in diversi paesi. Oltre a questi 1 milione erano displaced all'interno del paese e per questi si usa il termine IDPs (Internally Displaced People). Tra il Marzo e il novembre del 2002 1.8 milioni di rifugiati sono tornati da Iran e pakistan. 1.8 milioni di persone in 9 mesi. 200 mila persone al mese. Il tutto con l'assistenza, ma bisognerebbe aprire una parentesi, di UNHCR. Infatti UNHCR non solo usa metodi alquanto discutibili per favorire i rientri tipo tagliare a bruciapelo i fondi nei campi profughi costringendo cosi' la gente a dover rimpatriare ma promette anche molte cose che poi non da. Sono arrivati a centinaia qui, ogni mese, dai campi nel paese o dai paesi confinanti con in tasca le promesse di UNHCR di uno shelter, cibo, qualche denaro e qualche cosa per far fronte ai primi due mesi. Devo dire che non hanno trovato quasi mai niente di quello che c'era scritto sui manifesti di UNHCR in Iran o Pakistan. E' un gioco pesante. A UNHCR interessa 'dimostrare' alti tassi di ritorno con numeri e statistiche e non necessariamente garantire la fase del reinserimento. Comunque il 65% del milione e otto ritornato e' andato ad insediarsi nelle provincie di Kabul e Nangahar mettendo a dura prova i gia' scadenti servizi e le infrastrutture di quelle aree. Comunque il 28 Ottobre 2003 UNHCR ha dichiarato che 2.5 milioni di persone erano ritornate nel paese e che 2..2 milioni erano ancora in Pakistan e Iran.
Ma oltre a questo monumentale problema ce ne sono molti altri. Per quanto riguarda l'educazione la maggioranza di bambini non ha accesso all'educazione e mancano insegnanti. Si stima che 2000 di loro siano stati uccisi o displaced duranti gli anni di guerra che e' iniziata nel 1979 con l'invasione russa ed e' finita nel 2001 dopo la cacciata dei talebani. Per quanto riguarda la sanita' si puo' affermare che la salute della popolazione afgana e' tra le peggiori del mondo. La mortalita' infantile e' stimata a 165 ogni 1000 nuovi nati (1997) e uno studio condotto in alcune provincie (Badakhshan, Kabul, kandhar and Lagman) nel 2002 ha rivelato che la mortalita' femminile legata al parto e' intorno a 1600 ogni 100.000 parti e nel Dadakhshan toccava 6500. 1/4 dei bambini muore prima di raggiungere l'eta' di 5 anni e va detto che le cause dei decessi sarebbero facilmente prevenibili con adeguata immunizzazione, formazione di base su igene, accesso ad acqua potabile.
C'e' poi la malaria che ogni anno colpisce circa 2.5 milioni di persone o la TBC che, secondo l'org mond per la sanita' colpisce 150.000 persone e che miete 23.000 vittime ogni anno. La lunga scia di guerra ha lasciato una pesante eredita' anche sul discorso delle mine, amputati e disabili. ICRC (Croce Rossa Int) ha assistito, a partire dal 1988, circa 55.000 pazienti di cui 27.000 amputati. Nei primi 3 mesi del 2002 ben 27.466.205 metri quadrati di terreno contaminato da mine sono stati bonificati e altri 76.833.159 mq sono stati resi sicuri per usi produttivi
Le donne hanno una aspettativa media di vita intorno ai 43 anni e, in media, partoriscono 7 figli. Population Action International ha stimato nel 2001 che 1 su 16 delle donne che non hanno adeguata assistenza pre natale ha probabilita' di morire. Secondo sempre questa ricerca l'Afhanistan e' la penultima in una graduatoria di 133 paesi per quanto riguarda maternal mortality rates. Nei paesi confinanti il tasso e' molto piu' basso. 340 ogni 100 mila in pakistan e 340 ogni 100 mila in Iran e 570 in India. In UK il rate scende a 9.
L' 80% della popolazione vive in aree rurali in attivita' di sussistenza con basse e difficili possibilita' di comunicare, viaggiare o commerciare. Nel Dic 2001 il National geographic ha condotto un survey e ha mostrato che il reddito medio in afgh si aggira sugli 880 Euro annui contro i 6939 Euro dell'Iran e i 2200 del Pakistan. L'agricoltura rappresenta la principale attivita' e prima dell'invasione sovietica si stima che vi fossero 5 milioni di capi di bestiame e 27 milioni di piccoli ruminanti. Quando i soviets hanno lasciato il paese il 50% del bestiame e il 70% dei piccoli ruminanti era morto soprattutto per malattie. Visto che l'80% della popolazione dipende, per la propria sussistenza, da bestiame fate un po' i vostri conti.
Ma c'e anche l'oppio. Secondo UNODC (UN x drugs and crime) nel 2003 l'Afhganistan ha prodotto 3/4 dell'intera produzione mondiale. La stima fatta su 'average farm gate prices' ci dice che si tratta di circa 1.02 BILLIONS (miliardi) di dollari. A questa cifra va aggiunta l'eroina prodotta che puo' essere stimata intorno a 1.3 BILLION USD. Il totale della opium economy e' dunque di 2.3 Billion USD che equivale a piu' della meta' del GDP legittimo e legale. Circa il 20-30% della popolazione rurale afgana dipende parzialmente dalla produzione di oppio. E' senz'altro un low risk crop in a high risk environment e ha il pregio di non deperire se comparato a frutta e vegetali. Assicura lavoro, accesso al credito e alla terra per molti individui soprattutto donne.
Infine l'acqua. Secondo alcune statistiche UNICEF solo il 35% della popolazione urbana e il 19% di quella rurale ha accesso ad acqua potabile e solo il 23% di quella urbana e 8% di quella rurale ha accesso ad adeguata sanitation (latrine, waste water system)
Insomma i migliori auguri a Karzai.
LA POSTA
1 ES l'altro giorno ho mandato, come peraltro a diversi di voi, le foto del buskashi con cavalli e cavalieri a quello che dovrebbe essere il mio probabile compagno della prossima tappa in brasile. Lui ha risposto
Immagini molto carine, ma apprezzerai la scelta del paese e del luogo, l' area dove viviamo io e Facundo
é famosa perché ci sono 3/4 belle fighe per metro quadro.
Vedi tu se sono meglio dei cavalli.
2 ES se qualcuno fosse interessato a vedere foto puo' andare su questo link dove jeff, l'americano che lavora con noi, ha inserito belle cose
Jeffrey Shannon is pleased to announce: http://homepage.mac.com/jlshannon/PhotoAlbum31.html
E per finire, oggi niente Dr Ub, un bell'articolo che fu pubblicato in Italia ai primi di agosto se non sbaglio. Mi fu mandato dalle amiche jene. Poi l'articolo del NYT su l'insediamento di ieri. Buona giornata
Giugno 2004. Mi trovo in Polonia, ma con le valigie pronte per l´Afghanistan. La settimana scorsa a Gdansk ho comprato i pesanti scarponi che mi hanno consigliato per Yakawlang - una manciata di villaggi sparsi in una vallata tra i monti della provincia di Bamyan. Un paesaggio mozzafiato, un angolo di mondo incontaminato di straordinaria bellezza. Anche se non è più tanto incontaminato da quando i Taliban hanno fatto saltare in aria i Buddha; e la bellezza risente delle fosse comuni in cui hanno gettato a centinaia le vittime dei massacri perpetrati tra la popolazione civile di questa zona. Presto potrò incontrarmi con la gente del luogo. Mi hanno dato una scheda informativa sulla cultura e sui costumi locali, con una serie di consigli. Niente battute sulla religione. Chi alza la voce o si comporta in maniera indecorosa è considerato un maleducato. I bermuda sono proibiti. Probabilmente sarò invitato un po´ dovunque a pranzi copiosi da gente mai vista né conosciuta. Vietate le bevande alcoliche e la carne di maiale. Praticamente assenti gli svaghi, come li intendiamo noi in Occidente. Per me tutto questo va benissimo - in particolare il divieto dei bermuda. Credo che Yakawlang mi piacerà.
Msf (Medici senza Frontiere), l´organizzazione recentemente insignita del Premio Nobel, mi ha chiesto di scrivere qualcosa sul suo lavoro in favore degli Hazaras, una popolazione tra le più povere, e fino a poco tempo fa tra le più oppresse della terra. Considerati per lungo tempo subumani per via dei tratti mongoli e della loro religione sciita, fino agli anni 1930 venivano utilizzati come schiavi. Nel 2001 sono stati massacrati dai Taliban, che prima di ritirarsi da Yakawlang hanno dato fuoco ai villaggi radendoli praticamente al suolo. Ora sono le mine a ostacolare i loro sforzi per ricostruire le condizioni della loro esistenza, minacciata oltre tutto dalla tubercolosi e da un clima che alterna lunghi periodi di siccità e abbondanti nevicate. In precedenza Msf mi aveva offerto un incarico a Rio, che ho declinato perché non sopporto il clima tropicale; ma quando mi hanno proposto l´Afghanistan ho accettato senza un attimo d´esitazione. Pensavo che ai primi di giugno il clima sarebbe stato sopportabile. Ma il motivo più importante per me era un altro: sentivo istintivamente che questo viaggio mi sarebbe servito a curare un mio profondo malessere spirituale.
Da anni gli eventi mondiali mi gettano in un´angoscia crescente. Sono ogni giorno più atterrito dalle avventure militari degli Usa e del Regno Unito, in Afghanistan e in Iraq. E più ancora mi deprime il senso della mia impotenza a fermare quest´ingranaggio di grottesca stupidità. Indubbiamente, la mia reazione è quella tipica dell´intellettuale di sinistra occidentale abituato a sedere sul velluto. Al punto in cui ero arrivato, mi bastava vedere su un giornale una foto di Bush o di Blair per sprofondare nello sconforto. Mi era sembrato che il modo migliore per uscire da quello stato di avvilimento esacerbato dai media fosse quello di recarmi in un paese colpito da tutti i guai immaginabili. L´esperienza traumatica di vivere accanto a gente che viveva l´orrore ora per ora, sulla propria pelle, mi avrebbe fatto superare - almeno così speravo - la mia assurda ipersensibilità. Così, quando MsF mi ha proposto l´Afghanistan mi sono fatto vaccinare contro il tifo, l´epatite e la rabbia, ho ottenuto il visto dal Pakistan, aggiornato le mie ultime volontà e invitato i vicini a farmi da testimoni. E tutti mi hanno augurato buon viaggio.
La regione in cui ero diretto è considerata relativamente sicura. In un paese dilaniato da guerre civili e invasioni straniere, «relativamente sicura» vuol dire che dei 33 membri di organizzazioni umanitarie uccisi in Afghanistan, neppure uno ha incontrato il suo destino nella provincia di Bamyan. Vuol dire che l´anno scorso, quando nella vicina provincia di Faryab i Taliban hanno sparato contro un´auto di MsF, nessuno degli occupanti è stato colpito. Vuol dire che quando le macchine di MsF si spostano verso uno dei loro ospedali, devono tenersi in contatto radio a intervalli di 45 minuti, trascorsi i quali parte automaticamente un veicolo di soccorso. Vuol dire che i collaboratori di Msf rapinati o uccisi erano per lo più afgani, e solo in rari casi visitatori stranieri. Vuol dire che su insistenza di Msf raggiungerò Yakawlang da Kabul con un piccolo aereo dell´Onu, perché in macchina il viaggio dura 12 ore, e si è regolarmente presi di mira dai banditi. Vuol dire che in Afghanistan l´aspettativa media di vita è di 43 anni, e io ne ho 44.
Mancano pochi giorni alla data prevista per questo lunghissimo viaggio verso le montagne dell´Hindu Kush, e io mi trovo a Sopot, una piccola città polacca in riva al mare. Sono qui con mia moglie per un matrimonio. Che in effetti è il nostro matrimonio. Eva ed io stiamo insieme da quindici anni, ma ora ci siamo finalmente decisi a legalizzare la nostra unione: non si sa mai, dovessero ammazzarmi in Afghanistan. Del resto ci vogliamo bene, e quindi perché non sposarci? Anche perché siamo in Polonia, un paese che ci piace moltissimo, dove i due figli già grandi di Eva studiano alla Language School del Baltico. Il mio volo per l´Afghanistan è stato prenotato per l´indomani della cerimonia. Mia moglie non ha avuto il permesso di accompagnarmi, e da Yakawlang non potrò telefonarle, né mandarle lettere o messaggi e-mail. Al posto della luna di miele ha davanti a sé dieci giorni di ansiosa solitudine. A mia insaputa, anche i ragazzi avevano chiesto di accompagnarmi in Afghanistan come guardie del corpo, una per lato: un´idea non poi tanto assurda, data la loro gagliarda muscolatura. Ma Msf ha tenuto duro: dovevo viaggiare solo. La nostra sarà una festa di matrimonio, ma anche di congedo.
In un certo senso è un´idea balorda, ma è anche rilassante sposarsi all´estero, tra gente bendisposta che non parla inglese e mi considera un po´ tocco. Percorrere le vie di Gdansk a bordo di una Toyota bianca inghirlandata di fiori. Promettere (per interposta interprete) di adempiere alle ordinanze municipali di Gdansk, quali esse siano. Baciare alcune anziane signore polacche in lacrime, che ho incontrato per la prima volta la settimana scorsa. Evitare una serie di passaggi tediosi - preparativi a non finire, solennità forzata, discorsi triti e ritriti, ansia da perfezionismo: tutte cose che ci avrebbero rovinato la festa.
Il nostro ricevimento di nozze, allestito a Sopot in un immenso capannone di legno decorato con pelli di cinghiale, teste di cervo e altri trofei imbalsamati, è stato divertentissimo, con tanto di sviolinate folk e un bardo strampalato che cantava versi satirici. Sembra che per i convitati fossero previsti otto chili di salsiccia di maiale a testa. Alla fine della serata i nostri amici polacchi hanno intonato in coro «Sto Lat» («Che possiate campare cent´anni»), una canzone celebrativa buona per tutte le occasioni. C´è un´innocenza provocatoria, una struggente follia in quest´augurio che un gruppetto di persone porge a una coppia di sposi, pur sapendo benissimo che gli esseri umani - per non parlare dei matrimoni - durano molto meno. Intanto però non rinunciano a sventolare la bandiera dell´ottimismo.
Tenetela a mente, questa bandiera, ora che vi racconto il resto della storia. Sto visitando il museo di Gdansk. La guida mi illustra per filo e per segno l´opera di ricostruzione della città dopo che i bombardamenti della seconda guerra mondiale l´hanno carbonizzata al 90%; e mi segnala una balaustra magnificamente intagliata, apparentemente antica. C´è però una colonnina più scura: la sola superstite della balaustra originale, annerita dal fuoco. Tutto il resto è stato ricostruito. E´ un richiamo impressionante alle devastazioni della guerra, ma anche un segno della capacità di ricupero dello spirito umano. Nel silenzio del museo squilla il cellulare della guida. E´ mia moglie. «Una gran brutta notizia» mi dice. «C´è stato un attentato contro cinque volontari di MsF. Li hanno colpiti ripetutamente nella loro auto. Sono morti tutti».
Nelle ore e nei giorni seguenti mi tengo in contatto con i Medici senza Frontiere da uno squallido Internet café di Sopot: uno scantinato frequentato a quanto pare solo da giovanissimi patiti dei videogiochi di guerra. Mentre scrivo i miei messaggi, quelli, armati fino ai denti (virtuali) perlustrano il territorio nemico. Ma anche per interposto schermo non sembrano molto preparati a parare l´azione degli attaccanti che li aggrediscono da ogni angolo digitale. Urlano in continuazione «Nie!» e «Shit!» mentre cadono in un profluvio di pixel al sangue.
Frattanto MsF si chiede come gestire la situazione in Afghanistan, dato che non si possono riportare magicamente in vita i corpi di Hélène de Beir, Pim Kwint, Egil Tynaes, Fasil Ahmad e Besmillah. Con mia grande delusione, il mio viaggio a Yakawlang viene annullato, benché la provincia di Bamyan, a sud di quella di Badghis dove è avvenuto l´agguato, passi tuttora per la più sicura dell´Afghanistan. Relativamente. Comunque sia, MsF è costretta a una revisione di fondo della sua presenza nel paese. Ci vorrà un´indagine sull´agguato per chiarirne le implicazioni generali per gli operatori, e chi è più provato dal dolore o dalla paura deve poter tornare a casa.
Discuto con MsF un eventuale «Piano B» da organizzare in tutta fretta. Potrei magari seguire l´itinerario inizialmente previsto fino ad Islamabad, e scrivere un pezzo sui profughi afghani ai confini del Pakistan. O ripiegare su Fuerteventura, nelle Canarie, o sulla Sicilia, dove i profughi in cerca d´asilo arrivano dall´Africa, ospiti indesiderati, più morti che vivi dopo una traversata su imbarcazioni di fortuna. L´unico inconveniente è il clima: a 35? sono immancabilmente abbrutito e in preda a un´emicrania implacabile. MsF cerca di venirmi incontro proponendomi di seguire il lavoro dei soccorritori nelle prime ore del mattino, quanto il caldo è sopportabile, e rifugiarmi poi in una stanza d´albergo con l´aria condizionata.
Mi sento un verme. Me ne sto qui a spizzicare tra un assortimento di progetti umanitari come se fossero cioccolatini. Vorrei essere in Afghanistan. A quest´ora tirerei fuori dalla borsa i pesanti volumi delle traduzioni dei miei libri in spagnolo, olandese e francese che MsF mi aveva chiesto di portare per il suo staff internazionale. Ma perché quei due in motocicletta non hanno trovato altro da fare quel pomeriggio, invece di assalire la landcruiser di Msf sulla strada che attraversa il deserto, nei pressi di Khairkana, a 340 miglia ad ovest di Kabul, massacrando tutti gli occupanti? E´ una dannata seccatura dover rifare daccapo i propri piani a breve termine per via di un evento che ad altri ha portato la morte, o un dolore che durerà tutta la vita. Ma proprio in Afghanistan doveva esserci la guerra? E quei profughi africani, non potevano trovare un posto meno torrido per stramazzare a terra sbarcando dai loro gommoni? Quanto mi vergogno di farmi venire in mente pensieri del genere, sia pure di sfuggita.
Al tavolo della prima colazione alla Language School del Baltico, i figli di Eva commentano la tragedia a modo loro, cioè con la logica di due giovani occidentali di 18 e 19 anni. Cosa aspettano quelli di MsF a dotarsi del loro arsenale di Kalashnikoff? E perché non usano auto blindate? Ma lo sanno che ormai si possono costruire automobili capaci di passare praticamente indenni attraverso una pioggia di pallottole e granate? Io resto in silenzio. Se ben ricordo, un veicolo super-sofisticato di questo tipo era stato effettivamente ordinato per Tony Blair nel marzo 2003, nel momento in cui più si temeva che gli uomini di Saddam Hussein o i suoi supposti alleati di Al Qaeda si aggirassero per le vie di Londra tentando di assassinare il nostro premier o uno dei suoi spin. Secondo le valutazioni, il costo di questo veicolo, la cui costruzione doveva essere affidata agli «esperti di conversione» di Walsall (West Midlands), è di circa 200.000 sterline. Ma sono portato a credere che MsF preferisca utilizzare le sue limitate risorse per acquistare bende, plasma, farmaci e viveri. Quanto all´idea di mandare in giro i medici senza frontiere carichi di armi, non mi sembra in armonia con la loro etica professionale; e inoltre metterebbe a repentaglio quella neutralità che l´organizzazione è riuscita a mantenere al prezzo di trent´anni di sforzi.
Già, la neutralità. Poche settimane prima della tragedia, in una sua dichiarazione MsF ha escluso qualsiasi collegamento tra aiuti umanitari e cooperazione con la coalizione a guida Usa. Lo ha fatto dopo che nel Sud dell´Afghanistan i militari avevano distribuito volantini in cui si assicurava che gli aiuti umanitari avrebbero continuato ad arrivare, ma a condizione che la popolazione fornisca informazioni sui Taliban. Anche in questo caso, come in molti altri, le idee di stampo militare in teoria sembrano ragionevoli: i civili ci aiutano a far fuori il nemico, e noi li aiutiamo a riprendersi dalle calamità che li hanno colpiti. Già: per prima cosa rimuovere il cancro, poi aiutare il paese che ha tanto sofferto a rimettersi in salute. Un po´ meno poetica la versione del luogotenente americano Reid «Huck» Finn, incaricato di distribuire coperte e viveri ai profughi nella regione sud di Dwamanda: «E´ semplice: più ci aiutate a trovare le canaglie e più roba riceverete». Un linguaggio laconico e sbrigativo che funziona benissimo a Hollywood, ma molto meno nella vita reale di una zona di guerra.
L´organizzazione dei «Médecins sans frontières» è stata fondata appunto in nome di una netta distinzione tra aiuti umanitari e obiettivi politici. E´ questo il punto: si tratta di medici che non conoscono frontiere. E aiutano chiunque si trovi in difficoltà, senza mai chiedere il nome o la provenienza. Le frontiere sono un simbolo: «loro» e «noi», i territori perduti o conquistati, le carte geografiche ridisegnate, le città ricristianizzate secondo criteri etnici. (Scrivo queste parole a Gdansk, già ribattezzata Danzig sotto il dominio tedesco). Ma nel momento in cui i soccorritori sono percepiti come pedine di questo gioco mortale, diventano bersagli. Il mullah Abdul Hakim Latifi ha rivendicato, a nome dei Taliban, l´assassinio dei volontari di MsF, e ha preannunciato nuovi attacchi del genere accusando gli operatori umanitari internazionali di essere «al servizio della politica Usa».
MsF non è la sola organizzazione a lamentare vittime in questi ultimi mesi. Sembra che le stragi di operatori umanitari siano diventate un elemento di routine delle guerre moderne. Dunque quest´ultimo residuo di etica è finito nello sciacquone del water? Sembra una conclusione quasi irresistibile. Ma se guardiamo alla storia a occhi aperti dobbiamo ammettere che sempre e dovunque si sono commessi atti di barbarie estrema. Gli ideali che ispirano organizzazioni umanitarie come MsF sembrano particolarmente donchisciotteschi qui in Polonia, un paese dove le speranze perdute si contano a milioni.
Speravo che a quest´ora mi sarei trovato in groppa a un cavallo sulle montagne del Kush, a scrollarmi di dosso la mia nausea per quanto avviene nel mondo. Invece eccomi qui, a girare depresso per le strade di Gdansk. I nostri invitati, animati dalle migliori intenzioni, ci hanno colmato di regali di nozze troppo ingombranti per trovare posto nelle nostre valige. Non ci resta che comprare un´altra borsa. Eccomi dunque a Wrzeszcz, nel centro commerciale «Manhattan», simbolo del magacapitalismo senz´anima che riuscirà a compiere l´impresa lasciata a metà dai nazisti: quella di annichilire definitivamente la Polonia. Indulgo in queste tetre riflessioni, pur rendendomi acutamente conto di quanto dovrei ringraziare la sorte, a confronto con la media di chi vive nelle zone di guerra. Con che diritto mi sento a terra, quando ho appena sposato la donna che amo, in famiglia stanno tutti bene e il mio problema più urgente questo pomeriggio è trovare una valigia a meno di 300 zloti? Se ora mi trovassi in Afghanistan?
Se ora mi trovassi in Afghanistan avrei di che essere ancora più depresso: vedrei ammainare la bandiera della bandiera della speranza dei Medici senza frontiere. Man mano che l´organizzazione rischierà a Kabul i membri dislocati nelle aree più esposte del paese, le strutture costruite fin dal 1980 perderanno i pezzi, sul piano organizzativo come su quello interpersonale. Quei lunghi anni di lavoro e di amicizia hanno rappresentato un tentativo per costruire insieme un´idea di come potrebbe essere il futuro: un futuro in cui i malati possano guarire, e le società squassate siano aiutate per poter riprendere a vivere. Ma è facile distruggerlo, questo futuro. Bastano alcuni Kalashnikoff da quattro soldi.
Arenato a Sopot dopo l´annullamento del mio viaggio a Yakawlang, non riesco più a seguire i media anglofoni; ma penso ingenuamente che in Gran Bretagna la vicenda dei cinque volontari di MsF sia al centro dell´attenzione. Immagino che in Scozia si sappia tutto di Besmillah, l´autista del gruppo, fiero di essere diventato da poco padre di una bambina. Dell´esperto di logistica Pim Kwint, che aveva liquidato la sua azienda IT per mettersi al servizio di MsF. Della coordinatrice Hélène de Beir, che ha compiuto 30 anni il 16 giugno. Del dottor Egil Tynaes, il più bravo di tutti a conquistarsi la fiducia dei pazienti afghani. Dell´interprete Fasil Ahmad, che lavorava per MsF da appena due settimane. Tornato a casa, dovevo scoprire che qui i media hanno dato scarso rilievo all´attentato, perché tra le vittime non c´erano cittadini britannici.
Ma torniamo a qualche giorno prima, quando ancora non avevo perduto quest´illusione. Il primo abbozzo del testo che state leggendo, lo avevo scarabocchiato sul retro della scheda informativa di MsF. Sul lato stampato del foglio, dopo il sottotitolo «La sfida», l´occhio mi cade sulle parole: «dare voce a chi non ce l´ha». Già: quelli che non hanno voce. Sono di nuovo all´Internet café, in quel tetro seminterrato di Sopot. Il mio zaino pieno zeppo di gadget e regali, con le schede informative sui rapporti con gli Hazara, gli scarponi e il registratore stanno per essere rispediti in Scozia. Le voci che avrei potuto raccogliere in Afghanistan sono ormai irrimediabilmente fuori dalla mia portata. Posso dirvi solo che intorno a me risuonano da ogni lato esplosioni e spari. Si sta facendo tardi, e questo locale sta per chiudere.
(Traduzione di Elisabetta Horvat. Copyright
2004)
December 8, 2004 NYT
Karzai Is Sworn In, Citing a 'New Chapter' for Afghanistan
By ERIC SCHMITT and CARLOTTA GALL
ABUL, Afghanistan, Dec. 7 - Hamid Karzai was sworn in as Afghanistan's first popularly elected president on Tuesday, three years after American-backed resistance fighters swept the Taliban government from power.
Mr. Karzai, who on Oct. 9 easily won election to a five-year term after serving as head of a transitional government, took the oath of office in a nationally televised ceremony on the presidential grounds before an audience of hundreds of Afghan ministers, tribal elders, political and military leaders and 150 foreign dignitaries, including Vice President Dick Cheney.
With American snipers perched on roofs and Apache helicopter gunships patrolling overhead to protect against a threatened Taliban attack, Mr. Karzai promised in his address to use his new mandate from the people to select an efficient, reform-minded cabinet that would not be constrained by powerful factional and ethnic interests, as his cabinets have been in the past.
"We have now left a hard and dark past behind us, and today we are opening a new chapter in our history, in a spirit of friendship with the international community," Mr. Karzai said, speaking alternately in Pashto and Dari, the country's two major languages, in his 15-minute speech.
In a sign of the event's importance to the Bush administration, Mr. Cheney led an American delegation from Washington that included Defense Secretary Donald H. Rumsfeld and one of President Bush's most trusted advisers, Karen P. Hughes. Mr. Cheney is the most senior administration official to visit Afghanistan since the Taliban government was toppled in December 2001.
Wearing a black lambskin hat and a traditional striped silk coat over his shoulders, Mr. Karzai took his oath before the aging former king, Mohammad Zahir Shah. The president then swore in his two vice presidents, Ahmed Zia Massoud and Karim Khalili, who represent the Tajiks and the Shiite Hazaras, the country's two largest ethnic majorities after Mr. Karzai's own ethnic group, the Pashtuns.
Mr. Karzai vowed to strengthen security and stability, combat the production and smuggling of narcotics and collect weapons and disarm militias, all crucial campaign pledges. He also spoke of bringing the rule of law and prosperity to the country, protecting civil liberties and human rights, fighting corruption, building national unity and strengthening international relations.
Though much reduced, the threat of terrorism still remains, Mr. Karzai warned, and he appealed for continued international assistance to help Afghanistan in its fight against extremists. "Our struggle against terrorism is not over," he said. "On the road to fighting worldwide terrorism, we feel the need of serious cooperation from the region and from other countries in the world."
This week Mr. Karzai faces the first test of his government in choosing a new cabinet. There has been intense speculation and maneuvering for cabinet posts since he was declared the winner of the election. As he has been paring down his list of prospective ministers, Mr. Karzai is being forced to satisfy powerful factions, including his main opponents in the election campaign, as well as his own tribal and regional supporters.
As the Kabul Weekly newspaper wrote this week, half of his cabinet choices will be pragmatic ones, people chosen because of their military or regional power or family connection to the president. In an open letter this week to Mr. Karzai, the New York-based rights group Human Rights Watch warned against appointing warlords or people with poor human right records.
The inauguration took place in the Salaam Khana inside the Arg Palace compound, under heavy security. American and NATO forces patrolled and guarded crucial sites in the city center, while the newly trained Afghan National Army and National Police officers closed off the main streets and were posted at every main intersection.
Security was so tight around the presidential palace that reporters were banned from using cellphones, for fear they could set off a bomb. Earlier in the day, at Bagram Air Base, soldiers having breakfast with Mr. Cheney were patted down at the door to ensure that they did not bring any knives, pistols or other weapons into the dining hall.
Before the inauguration, Mr. Karzai met privately with Mr. Cheney and Mr. Rumsfeld. Speaking to reporters afterward, Mr. Karzai was effusive in his praise for the Bush administration's support. "Whatever we have achieved in Afghanistan, the peace, the elections, the reconstruction," Mr. Karzai said, "is for the help the United States of America gave us."
When asked about the continuing fight against members of the Taliban and Al Qaeda, especially along the mountainous border with Pakistan, Mr. Karzai said American and Afghan forces were still hunting down small bands of militants. "Terrorism as a force is gone," he said. "As individuals, they are still around and we will continue to look for them."
Earlier in the day, Mr. Cheney and Mr. Rumsfeld met separately with some of the 17,000 American troops stationed in Afghanistan. Mr. Cheney, after having breakfast with soldiers from the Army's 25th Infantry Division and various reserve units, led a ceremony to re-enlist 30 soldiers and pinned medals on half a dozen others.
Mr. Rumsfeld thanked a group of Special Operations forces for their efforts, but warned them of a long struggle ahead. "It's not over," Mr. Rumsfeld said. "There are still groups of extremists who would like to take this country back. It's not going to happen."
martedì, ottobre 17, 2006
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